Al Convegno Anaci Bergamo il compito di dare il via al dibattito intorno al tema dell’Intelligenza artificiale e delle sue implicazioni etiche è spettato a monsignore Giulio Dellavite, delegato vescovile per le relazioni istituzionali della Diocesi di Bergamo e docente del Master Msa, Strategic Affairs e Gestione delle Relazioni tra Privati e Pa della Lum School of Management. Il docente ha introdotto una riflessione profonda, invitando i professionisti a considerare l’Ai non come un semplice strumento, ma come un orizzonte concettuale pervasivo che ridefinisce le relazioni umane e la competenza professionale.
Orizzonte pervasivo
Monsignore Giulio Dellavite | Delegato vescovile per le relazioni istituzionali della Diocesi di Bergamo
«Si sente spesso dire che bisogna mettere l’uomo al centro. Secondo me questa frase non solo è inflazionata, ma è una falsità. A me piace un’altra formulazione: quella di essere uomini e donne centrati», ha esordito Dellavite. «Non possiamo prescindere dal fatto che ormai non c’è più un’etica che non sia algoretica. L’Intelligenza artificiale non è solo uno strumento, è un orizzonte concettuale pervasivo che ha introdotto una nuova dimensione della verità, mai avuta finora: la verità sintetica». Secondo Dellavite, nell’ambito digitale e dell’Ai la verità sintetica introduce una dimensione tridimensionale prodotta dall’algoritmo che, pur essendo vera e funzionale, non è ancora reale: immagini, deepfake o testi che sembrano reali e credibili, ma che sono stati interamente generati da algoritmi. Questa dimensione offre strumenti di simulazione straordinari, consentendo un’incredibile ottimizzazione in termini di tempo e risorse, ma richiede un uomo profondamente centrato e consapevole.
Nessun pericolo se…
«L’Intelligenza artificiale che noi stiamo usando rappresenta ciò che è stata la ruota di pietra per la preistoria. Apre un futuro enorme, che avrà un’evoluzione impressionante e di fronte alla quale noi dobbiamo cambiare il modo di vedere le cose, passando da una mentalità statica a una mentalità evolutiva», ha proseguito il docente. Come i libri, «prima forma di conoscenza differente della realtà», l’Intelligenza artificiale può sembrare pericolosa, ma così non è, a patto di utilizzarla in maniera consapevole. «L’Intelligenza è quella dell’individuo che la usa, l’Intelligenza artificiale è propria dell’algoritmo, ma il contenuto è meravigliosamente umano. Le risposte dell’Intelligenza artificiale sono ricerche umane che io posso semplicemente consultare a una velocità supersonica. Il problema qual è? Che l’algoritmo si è sempre più ingrandito», ha affermato Dellavite. Mentre in passato le due intelligenze si bilanciavano in modo diverso, il progresso tecnologico ha man mano allargato la sfera propria dell’algoritmo: dalle prime calcolatrici al Commodore 64, dalle schede perforate ai floppy disk, dal cloud all’Ai. Nel contesto attuale, dunque, qual è il principio etico o algoretico che deve guidare l’individuo nell’utilizzo dell’Ai, sia nella sfera individuale che professionale? «È la capacità di usare lo strumento intus-legere (espressione latina che significa letteralmente leggere dentro, cioè entrare nel profondo delle cose, coglierne il senso, da cui deriva la parola intelligenza, ndr)». Questa capacità permette all’individuo di riconquistare il proprio spazio nella relazione con l’algoritmo. «Più uso l’algoritmo, più ho la possibilità di crescere. Certo, c’è anche la possibilità contraria: farmi usare dall’algoritmo. Qui si aprirà la grande forbice tra chi sa usare l’Intelligenza artificiale e chi si fa usare da essa», ha proseguito il relatore.
Senso critico
Se l’Intelligenza artificiale fosse la famosa luce in fondo al tunnel, per un individuo si aprirebbero cinque scenari: prima opzione, «il treno in arrivo» lo travolge. Seconda possibilità, può lasciare passare il treno e vedere dove va. Terza, può decidere di attaccarsi al treno in corsa senza strumentazione adeguata. Quarto scenario, può salire sul treno rendendosi conto che lo porta dove vuole, oppure, quinta possibilità, può decidere di saltare sul treno e mettersi alla guida. «Con l’Intelligenza artificiale non è possibile decidere la direzione del treno, ma è possibile guidarla», reinstaurando il senso critico delle domande. «Fino a poco tempo fa si parlava di soft skills», ha ricordato il docente. «Ora bisogna fare un passaggio ulteriore: ci viene chiesto un deskilling, cioè cancellare le skill acquisite finora, perché l’Intelligenza artificiale chiede nuovi paradigmi; un upskilling, cioè imparare a gestire lo strumento nuovo; e un reskilling, cioè imparare cose nuove, passando dall’informazione all’interazione. Non solo devo ricevere e dare informazioni, ma devo creare interazioni». In conclusione, Dellavite ha citato la teoria del cammelliere (vedi box) per invitare i professionisti a esercitare il pensiero laterale e cambiare prospettiva, guardando all’Ai come al dodicesimo cammello del famoso paradosso matematico e come a una grande opportunità.
di Veronica Monaco
L'intervento di mons. Giulio Dellavite al Convegno ANACI di Bergamo
Il paradosso dei cammelli
La teoria del cammelliere è un famoso paradosso matematico e morale che spiega come dirimere un conflitto apparentemente insanabile, aggiungendo momentaneamente una risorsa esterna per sbloccare la situazione. L’aneddoto parte da un’eredità di 11 cammelli che un padre lascia ai suoi tre figli, stabilendo che il primogenito debba riceverne metà, il secondogenito un quarto e il terzogenito un sesto.
Dato che 11 non è divisibile né per 2, né per 4, né per 6, i conti non tornano e i tre fratelli iniziano a litigare. Un saggio cammelliere di passaggio decide di risolvere la disputa aggiungendo un suo animale al patrimonio, portando il totale a 12 cammelli. In questo modo il primo figlio riceve sei cammelli (12:2), il secondo tre cammelli (12:4) e il terzo due cammelli (12:6). La somma delle parti (6 + 3 + 2) fa 11: avanza esattamente il cammello del passante, restituito al proprietario.
Rigenerazione urbana e rispetto dell’etica
Secondo la psicoanalisi e il metodo clinico, curare due pazienti con i medesimi sintomi esattamente allo stesso modo è spesso un errore. Perché i sintomi sono solo manifestazioni superficiali, ma la cura deve indagare la storia di vita unica del paziente e il suo individuale conflitto inconscio. Utilizzando questo esempio e la metafora del logo Apple, per spiegare come ogni strumento resti incompleto senza l’implicazione personale e la capacità critica dell’utente, monsignore Giulio Dellavite ha ricordato che tutto si riconduce a come ogni individuo considera la realtà.
«Posso guardare un condominio in un’area disagiata di una città, analizzare punti di forza e di debolezza, limitarmi a proporre una soluzione oppure andare più in profondità e cominciare a vedere dove sono le difficoltà, le implicazioni sociali, antropologiche, commerciali che determinano lo spostamento delle persone». Soluzioni puramente analitiche rischiano di spostare le criticità anziché risolverle, proprio come accade con i flussi di povertà urbana.
Anche l’etica deve guidare le scelte in fatto di real estate
L’esempio dei cellulari
«In un quartiere funziona esattamente come per i cellulari: più evolvono, più si perde l’utilità del libretto di istruzioni. Non esiste libretto per una rigenerazione ambientale, per la soluzione sociale di un problema, perché sono talmente tante le variabili, condizionate a ogni realtà, che è impossibile standardizzarle», ha proseguito Dellavite.
Attraverso l’esempio del contadino che condivide i semi migliori per garantire la qualità del proprio raccolto tramite la pollinazione incrociata, il relatore ha sottolineato che il benessere di un singolo spazio dipende inevitabilmente dalla salute del contesto circostante. «Non posso rigenerare un condominio, un quartiere, una città senza guardare il contesto vicino, perché ciò è un elemento determinante che dà valore all’operazione complessiva».
Questo modo di guardare la realtà e la realtà satellite diventa il modo in cui guardiamo noi stessi attraverso l’etica o l’algoretica.
«L’etica implica per forza una scelta, anche non usarla è un’opzione. Se l’etica è un plus, il valore aggiunto con cui si guarda e analizza la realtà, può diventare un buon business, addirittura contabilizzabile, una voce di bilancio. Perché è il parametro con cui si prendono decisioni che fanno diminuire gli errori e i rischi, che implementano l’efficacia, che fidelizzano collaboratori e clienti. Tutto questo è un guadagno aggiunto», ha proseguito il relatore.
Rigenerazione urbana
«L’etica di una rigenerazione urbana, così come l’etica di una gestione condominiale, ha esattamente la struttura di una casa che ha bisogno di mura solide, una facciata decorosa, criteri di abitabilità interna», ha proseguito Dellavite.
Ma è solo l’integrità dei valori umani che trasforma una costruzione, una struttura fisica (house), in un luogo di appartenenza, in una dimora identitaria (home).
«L’etica però non si può regolarizzare, non si può condividere, perché ognuno ne restituisce una definizione diversa». Partendo dall’etimologia greca del termine, il relatore è passato a definire il concetto di casa e di quartiere, non solo come struttura fisica, ma come intreccio di estetica, reputazione e relazioni.
«Sono tanti fattori che determinano l’abitabilità di un quartiere o di un condominio»: oltre agli aspetti teorici, racchiudibili nei principi Esg, ci sono anche principi pratici. «Se costruisco struttura, reputazione, relazioni di qualità, commodities, arrivo a creare economia, guadagnarci e produrre benessere», in un equilibrio che integra efficienza tecnologica, sostenibilità sociale e dialogo tra generazioni, superando la fredda logica degli algoritmi attraverso le abilità interpretative umane.
Human capabilities
Come nel saggio Cibernetica e fantasmi del 1967, Italo Calvino invita a difendere gli attributi gelosamente umani, «allora anche nella riqualificazione di un quartiere, di una casa, nel real estate bisogna differenziare tra human capabilities e le possibilità dell’algoritmo», ha esplicitato Dellavite. «La percezione umana, data dalle relazioni e dalla conoscenza del contesto, è l’unica in grado di interpretare e distinguere tra ciò che è urgente e ciò che è importante» e trasformare un progetto in un’opportunità di crescita collettiva e di profitto.
Lungo termine
«La capacità di gestire una realtà per renderla migliore è come essere nani sulle spalle di giganti per guardare sempre in avanti. Essere lungimiranti implica due scelte: diventare sempre più grandi, rischiando che il gigante sottostante non ci regga più, o far crescere la realtà che ci sorregge per guardare sempre più in là. Se consideriamo la rigenerazione come un processo pesante, la realtà non ci sosterrà mai. Ma, nel momento in cui pensiamo alla realtà in maniera diversa, ci possiamo rendere conto del valore virtuoso del benessere. Il senso crea valore, il valore crea affetto, l’affetto crea effetto, l’effetto crea inquietudine, l’inquietudine crea domanda, la domanda crea qualità, la qualità crea profitto, il profitto crea lavoro, il lavoro crea dignità, la dignità crea senso», ha ripercorso Dellavite, concludendo il suo intervento con il celebre spot Samsung del 2017.
Sulle note di Rocket man di Elton John, la pubblicità mostra uno struzzo che, indossando per caso il visore Samsung, impara a volare, spingendosi oltre i propri limiti. La campagna, denotata dall’hashtag #DoWhatYouCant, fu ritirata dopo pochissimo tempo perché le persone non erano pronte a comprenderne il messaggio.
«Posso fare un progetto grandioso di rigenerazione, ma devo anche riuscire a esporlo nel linguaggio dei miei interlocutori» perché il successo di ogni innovazione risiede nella capacità di tradurre visioni d’avanguardia in un linguaggio comprensibile e condiviso: il valore autentico si genera solo quando la comunità è pronta a percepire e abitare il cambiamento.