Le comunità energetiche rinnovabili rappresentano oggi uno degli strumenti più innovativi per la produzione e la condivisione di energia pulita, soprattutto in ambito condominiale e locale. A due anni dall’avvio operativo e dalla regolamentazione normativa (primavera 2024), è possibile tracciare un primo bilancio concreto su diffusione, risultati e prospettive future.
Stato delle comunità energetiche rinnovabili in Italia: i dati del GSE
I condomini sono i principali utilizzatori delle Cer, le Comunità energetiche rinnovabili. Anche se, più in generale, questi organismi sono rivolti a un insieme di cittadini, a piccole e medie imprese, a enti e autorità locali, cioè a soggetti che decidono di condividere l’energia elettrica rinnovabile prodotta da impianti di diverso tipo, di solito con pannelli fotovoltaici.
Ormai sono due anni (primavera 2024) che le Cer sono attive e regolamentate da una legge. Ma a che punto siamo?
Il primo bilancio arriva dai dati pubblicati dal GSE, il gestore dei servizi energetici, ente incaricato di sovrintendere alle autorizzazioni. E l’analisi dei dati non è del tutto positiva.
Le Cer, che godono di incentivi pubblici, secondo le previsioni dovrebbero produrre 5 GW entro il 2027, assieme ai micro impianti di autoconsumo. L’obiettivo ufficiale dei 5 GW riguarda proprio lo sviluppo delle Comunità energetiche rinnovabili assieme all’autoconsumo diffuso, tutti e due incentivati entro il 2027 per favorire l’energia pulita. Il piano prevede tariffe premianti per 20 anni e contributi Pnrr a fondo perduto fino al 40% per impianti nei comuni con meno di 50 mila abitanti.
Al momento, però, siamo indietro: al 31 dicembre 2025 la capacità installata dalle Cer nel nostro Paese arrivava solo a 174,5 MW, frutto di 1.805 configurazioni operative e 18.263 membri. Per chi non ha dimestichezza con le unità di misura dell’elettricità, 1 GW (gigawatt) equivale a mille MW (megawatt). Insomma, l’obiettivo sembra irraggiungibile.
Distribuzione per regione e dimensioni delle comunità energetiche
Il Gse indica anche la diffusione regionale delle Cer: al primo posto c’è il Piemonte, con 288 comunità per 49 MW. Seguono la Lombardia con 261 per 17 MW, il Veneto con 199 per 18 MW, la Sicilia con 169 per 11 MW, la Toscana con 95 per 6 MW, il Trentino Alto-Adige con 88 per 7 MW, la Puglia con 85 per 4 MW.
In ogni caso, il bilancio non è tutto ombre: nel 2025 il numero degli impianti avviati in Italia è raddoppiato. Si è passati dai 526 del 2024 (comprensivi anche di quelli precedenti al decreto Cacer, che ha aperto le porte alla costituzione delle Comunità) fino ai 1.055 dell’anno scorso, per una potenza complessiva installata di 69,2 MW con 5.881 clienti associati.
Dai dati sembra che le Cer siano adottate da piccole comunità, composte da condomini di piccola taglia, con una media di 96 kW. È un dato che emerge anche dal confronto con tutto il contesto nazionale: negli ultimi due anni l’Italia ha installato capacità rinnovabile per 7,5 GW nel 2024 e 6,4 GW nel 2025 secondo i dati Terna aggiornati a novembre.
Le Cer, insomma, restano dei nani rispetto alla diffusione degli impianti di energia alternativa, anche se bisogna ricordare che non è logico confrontare un condominio con un parco fotovoltaico.
Ma che la taglia delle comunità sia estremamente piccola lo indica il fatto che il 43% delle Cer italiane ha una potenza tra 0 e 10 kW, mentre arriva a 20 kW solo il 20%. A questi bisogna aggiungere, però, i dati relativi ai pannelli fotovoltaici per autoconsumo, che alzano la media. In totale a fine 2025 il Gse ha conteggiato 2.779 configurazioni per 252 MW e 25.933 clienti associati.
Perché le comunità energetiche non decollano
Perché le Cer sono partite, ma non decollate? Secondo Andrea Brumgnach, uno dei vicepresidenti di Italia Solare, associazione del fotovoltaico italiano, il problema delle Cer è l’eccessiva burocrazia, la difficile gestione, il risultato poco allettante dal punto di vista economico, visto che gli incentivi fruttano in bolletta per utente 30-50 euro all’anno.
Inoltre, il meccanismo delle Cer è noto agli addetti ai lavori, ma non alla platea dei possibili utenti, a partire dai proprietari di immobili condominiali.
C’è, poi, un altro aspetto: entro quest’anno l’Italia dovrà recepire la direttiva europea Red III, che introduce il concetto del cliente attivo. Ne consegue che la quota di energia condivisa, ora solo premiata dall’incentivo del Gse, potrebbe essere scorporata in bolletta, cioè esclusa dal pagamento degli oneri di sistema.

Come funzionano le comunità energetiche rinnovabili
Va ricordato, in ogni caso, qual è il sistema su cui si basano le Cer. Nelle comunità energetiche l’energia prodotta è gestita attraverso la rete nazionale di distribuzione, a patto che i punti di connessione siano sottesi con la stessa cabina elettrica primaria.
Oltre al fotovoltaico, in teoria si possono utilizzare fonti come l’eolico, l’idroelettrico, il biogas e le biomasse, ma difficilmente sono mezzi alla portata di piccole comunità.
Per costituire una Cer il primo passo è individuare le aree dove realizzare gli impianti alimentati da fonti rinnovabili: non è detto che i pannelli fotovoltaici debbano essere installati sul tetto dell’edificio. La comunità può individuare in alternativa terreni vicini al condominio (non agricoli) dove installare l’impianto solare.
Poi, va delimitato il perimetro degli utenti con cui associarsi e condividere l’energia elettrica, che devono essere connessi alla medesima cabina primaria. Sul sito Gse si trova una mappa interattiva delle aree convenzionali e le cabine primarie.
Il secondo passo è la costituzione di un’associazione, ente, cooperativa, cooperativa benefit o consorzio, per dare forma giuridica e uno statuto alla Cer. La regolarità è sottoposta al giudizio del Gse.
I benefici delle comunità energetiche
Le Cer, se tutto è realizzato a regola d’arte, consentono di valorizzare al meglio gli spazi disponibili per l’installazione di nuovi impianti fotovoltaici, consumare energia elettrica rinnovabile prodotta in prossimità del consumatore e condividerla, senza dover modificare le reti di distribuzione esistenti. Di conseguenza promuovono benefici socio-economici e ambientali.
La normativa prevede l’esistenza di quattro figure legate alle Comunità.
- La prima riguarda il cliente finale, pubblico o privato, che preleva e consuma l’energia elettrica ed è intestatario della bolletta.
- La seconda figura è quella del referente, a cui è affidato il mandato dalla configurazione per la gestione tecnico-amministrativa, dai rapporti con il Gse, alla gestione dell’accesso al servizio, della fatturazione, della ripartizione degli incentivi tra i membri.
- Poi, c’è il produttore, la persona fisica o giuridica che produce l’energia elettrica, che non necessariamente coincide con il proprietario dell’impianto e non necessariamente membro della comunità energetica rinnovabile. Per esempio, può essere una società, come una esco.
- Infine, c’è il proprietario, soggetto che ha piena la disponibilità dell’impianto. Può essere membro della configurazione o un terzo, purché soggetto alle stesse regole della comunità e può non coincidere con il produttore.
Produzione e gestione dell’energia
Come funziona, in pratica, una Cer? Un impianto fotovoltaico concentra la produzione nelle ore centrali della giornata. Questa energia viene immessa nella rete nazionale. Il migliore utilizzo è quello di consumare l’energia elettrica durante questo arco di tempo. L’energia non consumata viene retribuita secondo i parametri stabiliti, con l’incentivo stabilito per legge.
A questo punto la comunità energetica può fare ciò che vuole del contributo: di solito il surplus è utilizzato per coprire i costi operativi di gestione della comunità energetica come soggetto giuridico, può essere restituito al produttore, oppure ridistribuita ai membri consumatori.